1. COSA SONO LE NBT?

L’acronimo NBT (New Breeeding Techniques, ma serebbe più preciso parlare di “New techniques” of modification of the genomes and epigenomes
(NTMGE)” si usa per riferirsi ad una serie di diverse tecniche di ingegneria genetica, denominate anche nuove tecniche di creazione varietale.

Il governo italiano ha, nei mesi scorsi, approvato il finanziamento di un piano strategico di ricerca che si concentra su due di queste tecniche: la cisgenesi e il genome editing1. La cisgenesi si basa sull’inserimento di un preciso frammento di DNA nella pianta, detto in altre parole inseriamo nelle cellule della pianta un gene portatore di determinate caratteristiche (che sono quelle desiderate), a patto che il gene provenga da organismi della stessa specie, ad esempio è possibile creare una patata resistente ad alcuni patogeni prendendo questa resistenza da varietà di patate selvatiche. Il genome editing invece, rappresenta una tecnica ancora più nuova che chiama in causa l’insieme dei geni ovvero il genoma. Possiamo definire il genome editing come l’insieme di quelle tecniche che consentono di modificare in maniera mirata specifici geni, inducendo tagli nel DNA, che vengono poi riparati. Questa tecnica viene impiegata per indurre mutazioni e per correggere in maniera mirata la sequenza di un gene. In entrambi casi l’intervento umano modifica una condizione naturale con l’obiettivo di ottenere piante dalle caratteristiche scelte: resistenza alle malattie, alla siccità, ma anche melanzane senza semi o carciofi che non imbruniscono al taglio come prevede il piano di ricerca finanziato dal governo.

  1. PERCHE’ PARLIAMO DI OGM NASCOSTI?

Le NBT implicano la manipolazione genetica degli organismi viventi, sia che si parli di cisgenesi che di genome editing, e in questo senso devono essere considerati Organismi Geneticamente Modificati. Gli Ogm infatti, come definiti dall’art. 2 della direttiva europea 2001/18 che regola i prodotti OGM, sono “ organismi, ad eccezione degli esseri umani, nei quali il materiale genetico è stato alterato in un modo che non si sarebbe verificato naturalmente, attraverso la riproduzione e/o la ricombinazione naturale”. Non è sufficiente parlare di NUOVE tecniche per trarci in inganno, il termine “nuovo” punta solamente a distinguere queste tecniche da quelle transgeniche, che oggi sono soggette ad una specifica regolamentazione. Infatti la transgenesi consiste nell’inserimento casuale di un gene esogeno, cioè proveniente da una specie diversa e sessualmente non affine, nel genoma di un organismo; le NBT intervengono invece direttamente sul gene che interessa mutare inducendo modificazioni genetiche nella maniera in cui non si verificano naturalmente. Ecco dunque scovata la truffa! Non considerare infatti le NBT degli OGM permette di esonerarle da una serie di misure specifiche di valutazione, di biosicurezza, di tracciabilità o di etichettatura dei prodotti ottenuti con queste tecniche. Considerando che l’applicazione economicamente rilevante avverrebbe sui materiali da riproduzione necessari alla produzione agricola (sementi, piantine da orto, coltivazioni legnose, animali, etc) l’impatto sui sitemi agrari sarebbe tanto grave quanto quello degli OGM classici con l’aggravante della loro invisibilità. È per questo che vogliamo una regolamentazione delle NBT per la tutela dell’agricoltura, della nostra salute, dell’ambiente e della libertà di scelta dei consumatori.

  1. IN CHE MODO SI CERCA DI INTRODURLI IN ITALIA?

Il governo italiano ha discusso e approvato in questa calda estate lo schema di decreto ministeriale n.427, che finanzia con 21 milioni di euro il “Piano di ricerca straordinario” di durata triennale articolato in due progetti: 1. Biotecnologie sostenibili per l’agricoltura italiana; 2. Agridigit-Agricoltura digitale. Il primo progetto, a cui è destinato un finanziamento che ammonta a 8 567 000,00 euro, è quello di nostro interesse poichè riguarda la progettazione e il finanziamento di un programma di ricerca sulle cosiddette nuove tecniche di creazione varietale (NBT). Le tecnologie genetiche utilizzate nel piano di ricerca sono la cisgenesi e il genome editing, attraverso le quali verranno prese in considerazione alcune delle specie vegetali di maggior interesse per sistema agroalimentare italiano. Un provvedimento che risulta ancora più preoccupante alla luce della scelta del governo e del CREA (Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria) che hanno di fatto decretato che le NBT debbano essere considerate analoghe ai prodotti ottenuti con procedimenti di creazione varietale convenzionali, ed essere dunque esonerati dalle norme relative ai prodotti di ingegneria genetica. Un indirizzo politico chiaro, che evadendo la regolamentazione europea ed italiana sugli OGM apre la via all’attività di sperimentazione e successiva diffusione di prodotti modificati in questo paese.

  1. QUALE RICERCA VIENE FINANZIATA CON I SOLDI PUBBLICI? DI QUALE INTERESSI E’ PORTATRICE?

Nel piano di ricerca straordinario, elaborato dal Crea su mandato del governo e successivamente approvato con il decreto ministeriale n. 427 vengono enucleati una serie di obiettivi tra cui la costruzione di «nuovi genotipi più resistenti agli stress abiotici, alle malattie e ai parassiti, dotati di nuovi caratteri di qualità nutrizionali e tecnologiche e più idonei alle nuove esigenze di coltivazione». Chi mai sarebbe contrario ad un miglioramento genetico che mira a creare piante resistenti alla siccità, anche alla luce dell’ultimo anno caratterizzato da scarsità di piogge? Il governo ed il Crea sostengono infatti che il miglioramento genetico delle piante agrarie è lo strumento più idoneo ad affrontare le sfide dei prossimi anni, tra queste adattamento delle piante ai cambiamenti climatici, l’adozione di pratiche agricole sostenibili e infine l’incremento delle produzioni a fronte dell’aumento della popolazione mondiale. Come dargli torto?

Ma la storia è maestra e non sempre la strada più breve è la migliore. Il problema infatti non è il miglioramento genetico. Questo non ci fa paura e i contadini lo praticano 15 mila anni nei loro campi, quello che ci spaventa è uno uso cieco della Genetica Agraria e la presunzione della ricerca ufficiale di adattare le colture all’ambiente in modo “manipolato” dimenticando che l’adattamento realizzato dai contadini è avvenuto in coevoluzione con la natura, gli agroecosistemi, la società, la cultura.

Nell’elogio della genetica agraria molte cose non ci vengono dette, una di queste è che le caratteristiche importanti nel miglioramento genetico, come la resistenza alla siccità, la produttività, la resistenza alle malattie, sono dovute a molti geni , dunque la manipolazione di uno o due geni non risolve questi problemi. A ciò si aggiunge il fatto che le tecniche di manipolazione genetica sono portatrici di effetti inaspettati e indesiderati che hanno impatti imprevedibili sui sitemi agrari, e possono causare rischi per l’ambiente e per la salute.

Insomma a coloro che ci dicono che gli OGM o gli NBT salveranno le nostre piante dalle avversità climatiche e dalle malattie, e dunque in ultima istanza dalla fame, rispondiamo che la ricerca sugli OGM è iniziata negli anni ’50 del secolo scorso, ma la fame è rimasta e oggi siamo ancora qui a chiederci come faremo ad adattarci ai cambiamenti climatici e ambientali che iniziamo a vivere sulla nostra pelle e nei nostri campi. Un programma di ricerca pubblico dovrebbe investire energie e risorse in progetti che elaborino soluzioni di lunga durata in un contesto in cui il clima cambia velocemente e molte avversità rendono l’agricoltura italiana un settore sempre più vulnerabile. Al centro dovrebbere dunque esserci le necessità e i bisogni della stragrande maggioranza delle aziende agricole, la qualità agroecologica delle produzioni e le specificità territoriali.

È evidente che la ricerca sugli OGM ha negli ultimi vent’anni avvantaggiato solamente le industrie sementiere e agrochimica. Per dare alcuni dati: solo quattro aziende controllano il 49% del mercato mondiale del seme e sono le stesse che controllano il 53% del mercato globale dei pesticidi. E, come condizione particolarmente grave per il nostro paese, l’industria sementiera nazionale di fatto non esiste, non controlla brevetti ne parti di mercato. Non certo con piani come quelli proposti dal MIPAF si recuperano specificità, territorialità e qualità delle nostre produzioni agroalimentari.

Ma il vero problema è che, sebbene tutti parlino di sostenibilità tanto che il progetto incriminato del CREA è denominato “Biotecnologie sostenibili per l’agricoltura italiana”, in realtà nessuno ha intenzione di mettere in discussione l’agricoltura industriale basata su monocultura e sull’utilizzo della chimica. Si perchè l’aumento della produttività, la resistenza alle malattie e l’ottenimento di un prodotto che si conserva per lungo tempo sono richieste di un sistema produttivo intensivo ed industriale, non certo dei contadini.

  1. QUALI ALTERNATIVE?

Alcune pratiche, come la monocultura e la concimazione con i nitrati di sintesi, se da un lato hanno aumentato la produttività dall’altro hanno reso le piante più suscettibili alle malattie e hanno richiesto per questo un uso maggiore di pesticidi, rendendo i terreni sempre più sterili e inquinando le falde acquifere. Dunque la rotazione e la diversificazione delle colture, l’utilizzo di concimi organici e la diffusione dell’agricoltura biologica già rappresenterebbero parte della soluzione dei problemi che abbiamo detto sopra. Il modello attuale di agricoltura industriale sostenuto dalle politiche pubbliche non è sostenibile ed è difficile renderlo tale con le NBT.

Allora quali alternative possono essere messe in campo per rispondere alle sfide del futuro? Come abbiamo sostenuto in precedenza non siamo contrari al miglioramento genetico soprattutto quando viene fatto in campo seguendo un programma partecipativo. Cosa significa? Contadini e ricercatori lavorano insieme con lo scopo di rispondere alle difficoltà colturali spesso causate dai cambiamenti sociali e climatico-ambientali. Una collaborazione orizzontale tra mondo agricolo e ricerca che ha l’obiettivo di riportare la gestione della terra e dei semi nelle mani dei contadini. Non l’abbiamo inventata noi, programmi di ricerca partecipativa sono attivi da almeno due decenni in molti paesi, che presentano condizioni difficili e sfavorevoli all’agricoltura, come in molte zone dell’Africa, del medio Oriente, dell’America Latina, dell’Asia. Il mondo della ricerca ufficiale però si mostra per lo più disinteressata alla ricerca partecipativa e promuove invece gli OGM o come nel nostro caso le NBT per risolvere le difficoltà del mondo agricolo. Crediamo invece che il miglioramento genetico attraverso un programma di ricerca partecipativa sia una risposta concreta ed efficace ai cambiamenti climatici, è solo un primo tassello di una conversione agroecologica dei territori.

Il degrado degli ecosistemi riguarda e colpisce tutti allo stesso modo e non ci sono espedienti tecnici per sottrarsi a questa dura realtà. La risposta non può dunque che essere collettiva e, per di più, non può riguardare solo i contadini. Abbiamo bisogno di pensare e praticare un nuovo paradigma produttivo, sociale ed economico che sia una risposta alla situazione di crisi che da anni viviamo. Il paradigma agroecologico è la nostra risposta: la capacità di progettare i territori e custodirne le risorse in maniera complessiva, immaginando processi che coinvolgano attivamente i produttori ma che siano allo stesso tempo in grado di trascendere i confini delle singole unità produttive.

1 Ref: “Schema di decreto ministeriale recante approvazione del Piano di ricerca straordinario per lo sviluppo di un sistema informatico integrato di trasferimento tecnologico, analisi e monitoraggio delle produzioni agricole attraverso strumenti di sensoristica, diagnostica, meccanica di precisione, biotecnologie e bioinformatica, predisposto dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA). (Atto n. 427) – Camera dei deputati, 2017


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