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  • Comunicato Stampa di ARI 29 08 2018

    Aggressioni e violenza razzista continuano a non risparmiare il mondo rurale

    Con la ferita per l’assassinio del nostro compagno Soumaila Sacko ancora aperta, constatiamo ogni giorno che la violenza razzista nei confronti di migranti, lavoratrici e lavoratori, giovani di seconda generazione e figli di coppie miste dilaga in Italia, forte della complicità delle politiche istituzionali.

    È di queste ore la notizia che in Trentino Agitu Idea Gudeta, allevatrice di capre e produttrice di formaggi impegnata da anni nel recupero del territorio attraverso il lavoro della sua piccola azienda familiare, ha denunciato con grande coraggio e determinazione le minacce e le violenze di cui è stata fatta oggetto. Conosciamo le cause di questi atti vigliacchi, composti oltre che da aggressioni fisiche e verbali anche da ripetuti atti vandalici ai danni di beni aziendali e persino dall’uccisione di un animale dell’allevamento: a scatenare la violenza razzista e patriarcale nei confronti di Agitu è stato il suo essere donna, e in particolare il suo essere donna, straniera e agricoltrice a capo di una piccola azienda di successo. Nell’esprimere la nostra massima solidarietà ad Agitu ribadiamo con forza che l’essere contadine e contadini, braccianti o lavoratori agricoli non ha nulla a che fare con la propria origine, con la cittadinanza scritta sui propri documenti o con il colore della propria pelle. Le difficoltà vissute da Agitu nel decidere di stabilire il proprio progetto di vita in una piccola valle trentina spopolata, la fatica nel portare avanti la propria azienda, i mercati, la rete di vendita e l’allevamento sono esattamente le stesse sperimentate dalle centinaia di migliaia di piccoli agricoltori sparsi per l’Italia e per il mondo, così come uniche sono le sofferenze delle vittime dei soprusi di un lavoro ingiusto e schiavile nei campi delle monocolture.

    Rilanciamo ancora una volta un appello ad una solidarietà reale, concreta e dal basso in tutta la contadinanza. Denunciamo l’ipocrisia istituzionale, che pur parlando di integrazione dei migranti e di recupero delle aree rurali in abbandono e spopolate non attua alcuna politica responsabile in merito, o addirittura agisce in maniera avversa all’insediamento, alla permanenza e al lavoro nelle aree rurali. Siamo vicini a tutte le esperienze agricole che resistono alle difficoltà economiche e materiali delle piccole aziende, e in particolare a coloro che sono ulteriormente sotto attacco per la loro identità, per il loro genere, per il lavoro sociale e politico che portano avanti.

    Globalizziamo la lotta, globalizziamo la speranza per le lotte contadine e a fronte dell’odiosa ondata di razzismo che sta inquinando l’Europa.

     

    NOTA: QUESTO COMUNICATO E’ STATO DIFFUSO CON L’AUTORIZZAZIONE DI AGITU STESSA.

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  • L’ASSEMBLEA NAZIONALE 2018

    del  24 – 25 Febbraio a San Raffaele Cimena (TO)

     

    DI CUI SI PUO’ LEGGERE QUI IL COMUNICATO STAMPA OFFICIALE

    ha deliberato all’unanimità di aderire all’appello nazionale

    MAI PIU’ FASCISMI


    invitiamo i/le nostr* iscritt* e simpatizzanti ad aderire personalmente.

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  • COMUNICATO STAMPA
    ECVC
    European Coordination Via Campesina

    L’avvocato generale Bobek fa lo struzzo sui nuovi OGM

    La democrazia a Bruxelles fonde come neve al sole: la Commissione Europea fa precchie da
    mercante di fronte alle contadine e ai contadini che, da 16 diversi paesi, si sono mobilitati per
    protestare contro i nuovi OGM.
    ***
    Bruxelles, 18 gennaio 2018 –

    Contadine e contadini di 16 paesi differenti, appoggiati da
    organizzazioni alleate (IFOAM, FIAN, CEO, TNI, FOEE) hanno sfilato a Bruxelles per protestare
    contro il lassismo dell’UE riguardo ai nuovi OGM. Secondo l’opinione dell’avvocato generale resa
    pubblica oggi, un gran numero di organismi ottenuti per mutagenesi saranno esentati dagli
    obblighi della direttiva sugli OGM. Al contrario, egli considera che sia superfluo attualizzare la
    legislazione, una posizione che esprime indifferenza riguardo alla commercializzazione di questi
    nuovi OGM – ritenendo che si tratti di prodotti “convenzionali” – sul mercato europeo.
    “Noi contadine e contadini europei ne abbiamo abbastanza dell’atteggiamento delle istituzioni
    europee coinvolte in questo processo. I nostri campi non sono dei parchi giochi per le industrie
    biotecnologiche e le nostre sementi non devono in alcun modo essere contaminate da questi nuovi
    OGM. Se non verranno regolamentati, l’UE violerà degli impegni presi a livello internazionale come
    il Protocollo di Cartagena. L’interpretazione dell’avvocato generale non risponde alle domande che
    gli erano state poste. La Corte di giustizia dell’UE e la Commissione europea dovranno correggere il
    tiro”, osserva Ramona Duminicioiu, rappresentante contadina rumena.
    Una delegazione paneuropea di contadine e contadini ha manifestato per le strade del quartiere
    europeo per esortare la Commissione a regolamentare tutti gli OGM e i brevetti sleali. È a questo
    scopo che i delegati hanno cercato, invano, di consegnare agli uffici della Commissione un dossier
    comprendente dei documenti sui nuovi OGM e sui diritti contadini*.

    L’azione di ieri non è che un esempio di una lotta più ampia portata avanti per la salvaguardia
    delle comunità rurali europee e del mondo intero**, le loro pratiche agroecologiche e per
    rivendicare la sovranità alimentare dei popoli. Tuttavia la battaglia è dominata dalle industrie
    biotech, che portano avanti una campagna sfrenata verso l’UE per poter commercializzare i loro
    nuovi OGM senza valutazioni preliminari né etichette.

    Piegandosi agli interessi del settore privato l’UE sarà non solamente incapace di rispondere alle
    sfide alle quali l’Europa e il mondo intero sono chiamati sul piano ambientale, sociale ed
    economico, ma continuerà a minare il progetto stesso di unità europea.

    Per ulteriori informazioni contattare:
    • Antonio Onorati (Comité de Coordination ECVC): +39 3408 2194 56 – IT, ES, FR, EN
    • Ramona Duminicioiu (Comité de CoordinationECVC) : +40 746 337 022 EN, FR, RO
    • Guy Kastler (Confédération Paysanne) : +33 6 03 94 57 21 FR

    Note agli editori:

    *I documenti che avrebbero dovuto essere consegnati agli uffici delle DG della Commissione erano
    i seguenti: una lettera aperta che sottolineava i pericoli dei nuovi OGM e dei brevetti per le
    comunità rurali e per i consumatori europei; un documento di posizione di ECVC sulle sementi; il
    rapporto di La Via Campesina sulle più gravi violazioni dei diritti contadini e sull’importanza della
    dichiarazione dei diritti dei contadini. Questi sono stati rifiutati dalle tre principali DG responsabili
    della questione degli OGM: DG Santé, DG GROW e DG AGRI.

    **La regolamentazione dei nuovi Ogm è direttamente legata ai diritti dei contadini di conservare,
    utilizzare, scambiare e vendere le sementi aziendali, dunque il suo rispetto è indispensabile per il
    loro esistenza e sopravvivenza. Per questo ECVC esorta le autorità europee a sostenere
    pienamente il processo in corso in seno alle Nazioni Unite per la Dichiarazione dei diritti dei
    contadini. È per questa ragione che i manifestanti si sono fermati davanti agli uffici del Servizio
    europeo per gli affari esteri. Al momento, ad eccezione del Portogallo, gli Stati membri dell’UE che
    supervisionano questa dichiarazione ne hanno ostacolato la prosecuzione.

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    https://www.facebook.com/events/344618262683181/

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  • Recentemente il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ha diffuso la notizia della messa in vendita di 8000 ettari della Banca nazionale delle terre agricole.

    La Banca delle terre agricole è stata istituita dall’art. 16 della legge 152/2016 e si tratta in concreto di una mappatura dei terreni pubblici, gestita da ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), che fornisce informazioni dettagliate sui lotti in questione: dalla collocazione ai dati catastali. Tutti possono accedervi con una registrazione che va effettuata sul sito. L’obiettivo di questo lavoro di mappatura viene espresso chiaramente dal ministro Martina nel suo comunicato quando afferma che “con la Banca nazionale delle terre agricole stiamo sperimentando una nuova forma di rivalutazione dei beni comuni, con l’obiettivo chiaro di favorire lo sviluppo di nuove realtà agricole nei territori.”

    Il ministro vuole dunque risolvere l’annoso problema della senilizzazione del settore agricolo attraverso la vendita del patrimonio fondiario pubblico. Una scorciatoia conveniente soprattutto in tempo di campagna elettorale, quando si cerca di conquistare consensi e sembra che parlare di giovani, agricoltura e sostenibilità sia una ricetta utile a procacciare voti. E in effetti l’interesse nei confronti di questa operazione è testimoniato dalle oltre 16 mila registrazioni di utenti al portale della Banca della terra.

    L’elenco delle terre comprende poderi a corpo unico con terreni, frutteti, rustici, laghi, capannoni; si parla di proprietà che possono arrivare fino a 70 ettari e più, venduti con una base d’asta inferiore ai prezzi di mercato. È vero c’è un iter di proposte e controproposte che potrebbe alzare il prezzo, ma al di là del prezzo, chi è interessato a queste grandi proprietà? Chi si butterebbe in un’impresa agricola che comporta la gestione di decine di ettari e di proprietà agricole?

    È più semplice che terreni come quelli della Banca finiscano nelle mani di qualche speculatore, o a grandi imprese strutturate che decidono di allargare il loro giro d’affari, piuttosto che ad un giovane che vuole insediare la sua azienda agricola.

    Il ricambio generazionale nel settore è un grande problema, ma la vendita dei terreni pubblici non è di certo la soluzione, anzi rappresenta una scorciatoia infruttuosa. È necessario invece pensare politiche agricole che permettano l’accesso alla terra a tutti i giovani che vogliono lavorare nel settore agricolo. Se i terreni pubblici che come dice il ministro Martina sono beni comuni, questi dovrebbero rimanere tali ed essere utilizzati per avviare progetti di cooperazione, di sperimentazione agroecologica, di rivalutazione territoriale. É necessario promuovere il protagonismo dei giovani e delle comunità territoriali nella gestione collettiva del bene comune. Esistono già alcune esperienze che vanno in questa direzione sul territorio italiano, pensiamo a Mondeggi Bene Comune, alla Cooperativa Arvaia, alla Cooperativa Agricola Coraggio.

    Realtà che si prendono cura di un pezzo di territorio, che offrono opportunità di lavoro, che producono cibo con metodo biologico gestendo collettivamente le proprie attività.

    Si tratta però di casi in controtendenza con il quadro politico e normativo dominante, frutto solitamente di spinte sociali autonome e il cui destino è legato alle scelte delle amministrazioni locali.

    Sono necessarie, invece, delle politiche nazionali organiche e coerenti che favoriscano e sostengano anche economicamente questi modelli di gestione territoriale.

    Vogliamo la terra, vogliamo coltivarla e vogliamo che il nostro lavoro venga riconosciuto e sostenuto politicamente, che venga ritenuto una via percorribile e legittima per la tutela dei beni comuni.

    Per approfondire suggeriamo la lettura dell’articolo “Vendesi terreni pubblici”

    Colà di Lazise (VR) 18 dicembre 2017

    Per approfondimenti https://biodiversitacontadina.wordpress.com/2017/12/17/laccesso-alla-terra-non-puo-passare-dalla-vendita-dei-terreni-pubblici/

    Per info: info@assorurale.it

    Laura Castellani +39 347 045 1523

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  • Quando la confusione diventa una strategia politica.

    Ci vediamo costretti a rispondere perché i propositi della Senatrice Cattaneo stanno diventando un ripetere di luoghi comuni che tutto e tutti “accomunano”, forse, nel tentativo non dichiarato di cancellare qualunque critica alla ricerca ed alla conoscenza prodotta dalle elite dominanti.

    Nell’ultima frase dell’articolo di Elena Cattaneo, infatti, si legge: “Serve tantissima ricerca, ma anche più fiducia e trasparenza, meno slogan e ideologie”.

    Analizzando l’articolo si trovano molti slogan ed una chiara ideologica esaltazione di una ricerca scientifica, basata su un presupposto che potremmo definire “ascientifico” quello della negazione della complessità e sistematicità dell’indagine scientifica, proponendo una esclusiva direzione, quella della modificazione genetica.

    Non sapevamo che argomenti superficiali ed agronomicamente totalmente inesatti o assolutamente privi di base di dati di riferimento potessero essere riportati con tanta arroganza:

    “… i prodotti bio … presentano un ingiustificato ricarico di prezzo …” : “con tali procedure si produce pochissimo consumando il 40% di suolo in più” :

    Non è vero che col bio si produce pochissimo e si consuma più suolo, ma certamente si utilizza più lavoro e intelligenza e, a volte la produzione è meno abbondante: un prezzo più alto è giustificato.

    “… i prodotti bio … non differiscono in qualità al consumo rispetto ai corrispettivi non biologici”

    E’risaputo e documentato che prodotti agricoli non provenienti da agricoltura biologica contengono uno o più residui di pesticidi, anche se entro i limiti di legge, un loro accumulo e, più in generale, i prodotti di coltivazioni o allevamenti in sistemi agroindustriali mancano di molti elementi nutritivi e gustativi (vedi rif. in OMS, FAO, CFS, HLPE of CFS).

    “… le procedure del biologico … sono piene di truffe”.

    Purtroppo le truffe esistono in tutti i settori della nostra società ma non è onesto utilizzare qualche caso accaduto nel biologico per screditare tutta l’agricoltura biologica. E quanto c’è truffa nel biologico questo diventa come un prodotto dell’agricoltura industriale, prodotto che non ha obblighi di fornire garanzie di qualità, salubrità ma solo di igienicità.

    “Non utilizzare il glifosato significherebbe tornare agli anni ’50, diserbando a mano i campi.”

    Ci sono molti metodi per contrastare l’erba nociva nelle coltivazioni e non solo il diserbo a mano: utilizzo di semplici apparecchiature meccaniche, rotazione delle colture, falsa semina, … e altri espedienti che rendono possibile evitare il sistema più sbrigativo e meno impegnativo del diserbante. Evidentemente la Senatrice si sente esonerata dal conoscere l’agronomia, la sua storia e le sue realizzazioni.

    Prendiamo atto che lo IARC ha classificato il glifosato nel gruppo 2A assieme a carne rossa e frittura, ma questi tipi di alimenti possono venire scelti consapevolmente da chi se ne assume il rischio, mentre è difficile sapere se e quanto glifosato è presente nei vari cibi che sono a nostra disposizione.

    Non è solo attraverso la dieta che rischiamo di introdurre nel nostro corpo il glifosato ma anche attraverso il contatto diretto e attraverso l’aria che respiriamo, in particolare per gli operatori che lo distribuiscono.

    Il fatto che venga metabolizzato rapidamente non elimina il rischio perché il suo metabolita, l’ Ampa, risulta essere altrettanto dannoso.

    Stupisce che ella scriva sui giornali ma che non li legga: i “Monsanto Papers” sono un’inchiesta che per settimane è stata sulle prime pagine dei media di mezzo mondo, e si basa sui documenti che il tribunale di San Francisco sta esaminando contro la multinazionale dell’agrochimica, le stesse carte che, anche in Europa, hanno messo in dubbio l’indipendenza delle authority da lei citate, per una pratica molto diffusa nel settore della farmaceutica, il ghostwriting, che ha visto svolgere questa grave forma di frode scientifica in favore dell’industria agrochimica.

    Vedere l’agricoltura del futuro incentrata su piante migliorate geneticamente per evitare gas serra ed agro chimica non tiene conto degli studi che dimostrano che gli OGM in agricoltura hanno portato a una crescita dell’uso di prodotti chimici. Negli Stati Uniti le colture transgeniche di soia, mais e cotone, dal 1996 al 2011, hanno portato ad un aumento dell’uso dei pesticidi di più di 183 milioni di chilogrammi. (Charles Benbrook, docente presso il Centro per l’agricoltura sostenibile e le risorse naturali della Washington State University.)

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  • Il 15 novembre sono state aperte le porte di FICO, un parco dei divertimenti dell’agro alimentare made in Italy. E’ un grande progetto multimilionario animato da EATALY, COOP, società di capitali, istituti finanziari (banche, assicurazioni etc.) e grandi imprese dell’agro-alimentare. E’ un parco di circa 10 ettari alle porte di Bologna che ospiterà oltre un centinaio di aziende, una quarantina di ristoranti, due campi coltivati, serre, capi di bestiame, laboratori di trasformazione e quant’altro necessario per dare vita ad un grande centro commerciale/parco divertimenti/itinerario didattico-divulgativo-promozionale. L’opera, costata oltre 150 mln di euro di investimenti, prende forma in un’area di proprietà pubblica del valore di 55 mln di euro concessa gratuitamente dal comune di Bologna al patron di EATALY Oscar Farinetti e alla società costituita Ad Hoc per la gestione del parco.

    Le critiche mosse nei confronti di questa maxi opera in pieno stile e continuità con l’appena conclusa e fallimentare esperienza di EXPO, sono numerose e provengono da diversi fronti.
    Noi, contadine e contadini, dell’Associazione Rurale Italiana, oltre ad esprimere piena solidarietà e partecipazione nei confronti di chi in questi giorni ha contestato l’inaugurazione del mega progetto, consideriamo questo progetto inutile, dispendioso e soprattutto assolutamente incapace di dare voce e rappresentazione dell’agricoltura contadina del nostro paese.

    Essere contadini e produrre in modo contadino vuol dire valorizzare e promuovere la piccola produzione dei territori, fatta di tradizione e innovazione, conoscenza delle colture e risorse delle diverse aree del nostro paese, significa produrre in maniera solidale, stabilire un prezzo equo dei prodotti che sia rispettoso della dignità delle persone e del lavoro e capace di proporre prodotti di qualità anche per chi subisce più pesantemente la crisi economica. Produzione contadina significa alta intensità di lavoro e non di capitali e implica cura del territorio, delle sue risorse naturali al fine della tutela del patrimonio ecologico-ambientale e della biodiversità agricola. “Solo un incompetente può dire di racchiudere “tutta la meraviglia della biodiversità italiana in un unico luogo” come si legge nella propaganda di FICO, ricorda Roberto, contadino delle montagne piemontesi che recupera alla coltivazioni grani antichi.

    Non esiste nessuna Fabbrica Contadina perché le nostre vite ci appartengono e non sono merce che si fabbrica.

    I grandi attori nell’agro alimentare italiano (EATALY, COOP, Granarolo) fanno propaganda ed i governi e le istituzioni si mobilitano: vengono messi a disposizione finanziamenti, servizi di supporto, affidamento di beni e patrimonio pubblico a titolo gratuito (come se questi colossi avessero scarsi capitali da impiegare in qualsivoglia iniziativa) e applicate leggi speciali che consentono e supportano l’azione di questi operatori.

    Da anni migliaia di veri contadini di questo paese, quelli che fanno vivere oltre 700.000 aziende di piccola dimensione, attendono l’approvazione di una legge che riconosca la loro specificità, la loro funzione sociale, i loro diritti e che legittimi, riconosca e valorizzi il lavoro sia di produzione agricola che di cura del territorio, in accordo con quanto previsto dalla Costituzione Italiana.
    FICO, per noi di Associazione Rurale Italiana, è solo un’altra trovata propagandistica di chi, governando le istituzioni, si ostina a non voler conoscere e riconoscere il ruolo di veri protagonisti ad una classe, quella contadina, che nonostante i sacrifici e le vessazioni subite non si presta alla strumentalizzazione di quanti coinvolti in queste grandi opere di menzogna.

    Lanciamo la sfida a i nostri governanti presenti e futuri: se volete veramente tutelare e promuovere l’agricoltura contadina fatevi avanti per l’approvazione della legge sull’agricoltura contadina, frutto di una partecipata campagna nazionale e che giace da diversi anni in commissione agricoltura del Parlamento e riconoscere così i diritti di chi davvero in questo paese – e nel resto del Pianeta – produce la quasi totalità di quello che finisce in tavola. Una sfida che non costa soldi ma richiede solo un gesto di rispetto per la dignità di donne e uomini che sono ancora il motore più efficace di una delle grandi agricolture del mondo.

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  • di Rete Bergamasca per l’alternativa al G7

    Noi e il G7

    Nei giorni 14 e 15 ottobre 2017 si sono incontrati a Bergamo i delegati di oltre 150 tra movimenti, associazioni, comitati, reti, Gas, Gap, sindacati, forze politiche, che lavorano sui temi dell’agricoltura e della sovranità alimentare, della difesa del territorio, del mutualismo, dell’autorganizzazione, della lotta per l’occupazione e contro la precarietà e il lavoro nero. Ancora una volta i 7 grandi della terra negli stessi giorni hanno occupato la nostra terra per sottoporci una passerella politica distante anni luce dalle reali questioni, dai bisogni, dai contenuti e dalle istanze di chi quotidianamente vive le pesanti ricadute delle loro scelte, dei loro programmi, della loro propaganda.
    Le proposte emerse dal G7 sono le stesse che hanno generato e approfondito la crisi negli ultimi 20 anni: mercificazione del cibo, finanziarizzazione, concentrazione del mercato tra grande industria e grande distribuzione. Per giustificarle hanno ostentato propagandisticamente le parole-chiave della nostra agenda politica come sostenibilità, ecologia, lotta alla fame, diritto al cibo, senza tradurle, però, in azioni politiche concrete e risorse adeguate per tradurle in pratica.
    Nel mondo soffrono cronicamente la fame, secondo la Fao, 815 milioni tra uomini, donne e i loro figli, 38 milioni in più rispetto allo scorso anno: come se un paese delle dimensioni del Canada fosse precipitato in soli 365 giorni nella disperazione. Che le politiche dei governi dominanti siano sbagliate lo dimostra il fatto che nel 2017 il numero degli affamati torna a crescere a fronte del fatto che oltre un terzo della produzione agroalimentare vada sprecata e 2 miliardi di persone siano cronicamente obese. In tutti questi anni i cosiddetti “grandi della terra” non hanno mai voluto affrontare e sciogliere i nodi veri della crisi, tra i quali la redistribuzione sociale delle ricchezze e delle risorse; la soppressione dei diritti; la privatizzazione dei beni comuni; la sicurezza alimentare; le condizioni di lavoro di milioni di agricoltori.
    La partecipazione alla due giorni di Forum alternativo, di confronto e di lotta, è stata indispensabile per costruire consapevolezza e rimettere al centro del dibattito politico questioni centrali come: la proposta di legge per l’agricoltura contadina; la campagna per la sovranità alimentare e i diritti contadini, l’innovazione sociale e culturale in agricoltura; il diritto ad un cibo sano e di qualità; la contrarietà agli OGM e agli New Breeding Techniques, o nuove tecniche di manipolazione genetica; come intervenire a cambiare le distorte politiche dei governi nazionali e della Politica agricola comune europea, e fermare la liberalizzazione selvaggia dei mercati in corso con accordi come il CETA, in TTIP, il nuovo NAFTA e la tornata di negoziati dell’Organizzazione mondiale del commercio che culminerà nel vertice ministeriale del 10 dicembre a Buenos Aires, per promuovere la centralità delle relazioni umane e sociali e della promozione dei diritti umani anche in vista di un momento simbolicamente importante quale la Giornata mondiale per la sovranità alimentare che si celebra il 16 ottobre.

    L’attacco neoliberista ai beni comuni e al cibo sano per tutti

    Il sistematico attacco ai beni comuni, attraverso la loro finanziarizzazione e mercificazione, non è un incidente di percorso o un semplice tentativo da parte dei poteri finanziari di aumentare i loro profitti.
    Si tratta piuttosto di una strategia consapevole, messa in campo da chi continua a proporre un modello economico-sociale insostenibile che rimane fondato sull’idea di una crescita infinita di produzione e consumi.
    Di fronte a una crisi sistemica del modello neoliberista, i grandi del pianeta insistono però nel rilanciare l’idea di una società basata sul concetto di quella gioiosa “competizione globale” che dovrebbe garantire benessere a tutti, ma che ha come unico risultato quello di provocare un peggioramento delle condizioni di vita degli uomini e delle donne che abitano il pianeta.
    Questa progressiva erosione della sfera dei diritti viene portata avanti attraverso le politiche di austerity, la trappola ideologica del debito pubblico e la riduzione degli spazi di democrazia a qualsiasi livello, con l’obiettivo di forzare l’immissione sul mercato di qualsiasi patrimonio collettivo.
    Le vittime di questo processo di espropriazione dei beni comuni del pianeta sono le donne e gli uomini che lo abitano, che si vedono sottrarre diritti come l’accesso all’acqua, il governo del territorio, la tutela della qualità del cibo e l’adozione di modelli di produzione ecologicamente orientati.
    L’alternativa a questo progetto richiede un ribaltamento di paradigma, che metta alla base il concetto di bene comune, a partire dal cibo. Lo sviluppo dell’alternativa richiede di sviluppare la consapevolezza, però, che l’apertura e il mantenimento delle vertenze e campagne a difesa dei beni comuni è condizione necessaria, ma non sufficiente, per la loro tutela. È indispensabile, infatti, andare oltre la logica della semplice difesa per lavorare sulla costruzione di alternative (teoriche e pratiche) che consentano di disegnare i contorni di un modello di società collettivo e partecipato

    La liberalizzazione commerciale come strumento per premiare i più forti

    L’Unione europea chiama “diplomazia economica” quei negoziati di liberalizzazione commerciale come CETA, TTIP, gli altri oltre 100 negoziati bilaterali in corso e quelli portati avanti all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio con i quali, sostiene, si possano favorire crescita e occupazione in Europa e diventare più efficienti nel perseguire i nostri interessi economici all’estero. E’ l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di commercio e sviluppo che, però, nel rapporto 2017 a constatare che ““in netto contrasto con le ambizioni dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, l’economia mondiale rimane sbilanciata in modi che non solo sono impedienti, ma anche destabilizzanti e pericolosi per la salute politica, sociale e ambientale del pianeta. Anche quando la crescita economica è stata possibile, sia attraverso picchi di consumo interno, un boom immobiliare o di esportazioni, i guadagni sono stati sproporzionalmente ripartiti tra pochi privilegiati”. Oltre vent’anni di globalizzazione, ammette la stessa Wto, hanno progressivamente paralizzato anche il commercio mondiale “perché altamente concentrato”.
    Nel Report statistico 2017, infatti, l’Organizzazione spiega che “i primi dieci esportatori rappresentano più della metà del commercio mondiale. Le economie in via di sviluppo stanno aumentando la loro partecipazione: la loro quota del commercio mondiale di merci è salita al 41 per cento mentre per i servizi commerciali al 36 per cento. Tuttavia la quota dei paesi meno sviluppati (LDC) nelle esportazioni di merci e servizi commerciali nel mondo sono ancora troppo basse per poter parlare davvero di mercato globale: siamo a meno dell’1%”. A che cosa servono, allora, i negoziati commerciali in corso? A mettere in discussione, come ostacoli al commercio, la promozione di quei diritti delle persone, dei territori e dell’ambiente, gli standard di qualità dei prodotti e dei servizi, che si traducono in costi per le grandi aziende. Il mercato che stanno delineando è costruito intorno a pochi grandi gruppi che assorbono le risorse di tutti per produrre eccellenze a portata di pochi, e un’eccedenza di prodotti e servizi scadenti per masse sempre più impoverite e prove di strumenti democratici e condivisi di reazione.

    Il neocoloniasmo attraverso il “land grabbing” e gli EPA

    Per parlare della situazione in Africa, negli ultimi anni in Italia quando si discute di immigrazione è ricorrente l’affermazione “Aiutiamoli a casa loro” ma quello che i nostri governi e le istituzioni internazionali fanno è esattamente l’opposto: attraverso gli accordi commerciali, ad esempio gli EPA, gli Economic Partnership Agreements con le ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico, l’UE, con il pieno sostegno della Wto, ha condotto un durissimo attacco all’agricoltura africana a vantaggio delle esportazioni delle grandi aziende globalizzate dell’agrobusiness, nascosto dalla richiesta di abbattere le barriere protezionistiche e di modificare i preesistenti accordi.
    Il risultato è che nei mercati africani, da Nairobi al Senegal, spesso è più facile trovare prodotti provenienti dai Paesi europei che quelli interni. Negli ultimi 20 anni, poi, si è aggiunto il fenomeno del “Land Grabbing” , ossia dell’acquisto di immense distese di terra in Africa, e non solo, da parte di multinazionali e di Stati, spesso nascoste dietro un primo acquirente locale per aggirare, con la complicità dei poteri locali, la legislazione. Le terre acquistate vengono destinate a produzioni non finalizzate all’alimentazione, ad es. biocombustibili, o a produzioni di monoculture. Ne consegue: abbandono delle terre, migrazioni, mancanza di cibo per un’alimentazione sostenibile. Un fenomeno ormai presente anche in Europa.

    Quale cibo deve nutrire l’umanità e rigenerare la terra

    L’attuale agricoltura industriale, a partire dalla cosiddetta “Rivoluzione Verde”, ha favorito un sistema produttivo lineare (a differenza del sistema produttivo naturale che è circolare), ad alto input di energia fossile (si pensi ai fertilizzanti di sintesi, ai pesticidi, ai grandi trattori, all’irrigazione e ai lunghi trasporti di sementi e di prodotti agricoli), con drastica riduzione della biodiversità agricola (poche sementi ibride o addirittura OGM): in breve l’agricoltura è diventata insostenibile e responsabili di gravi impatti ambientali.
    Questa agricoltura ha aumentato le produzioni totali di cereali e in genere di cibo, ma con forti consumi di prodotti petroliferi (da 2 a 10 calorie fossili per ogni caloria di cibo) e di acqua (da 200 litri d’acqua per ogni kg di cibo vegetale, fino a molte migliaia di litri per ogni Kg di carne). Inoltre, a causa della globalizzazione, questo incremento di cibo non è andato a sfamare i poveri del Pianeta, ma a incrementare i consumi, soprattutto di prodotti di origine animale, dei paesi più ricchi.
    Dal 1960, quando ha incominciato a diffondersi la rivoluzione verde, la produzione di cereali nel mondo è aumentata di 3 volte, mentre la popolazione mondiale è cresciuta poco più di 2 volte, e la disponibilità di alimenti per persona è cresciuta del 24%. Ma nel 1960 si stimava che – in tutto il mondo – ci fossero 800 milioni di persone che soffrivano la fame, mentre nel 2016 sono rimasti 815 milioni, secondo i dati della FAO, con oscillazioni in rapporto alle varie crisi economiche.
    Per questi consumi di energia fossile e per la grande quantità di animali allevati l’agricoltura industriale è anche causa rilevante dei cambiamenti climatici, ma ne subisce pesanti conseguenze. Un cambiamento del clima con incrementi di temperatura superiori ai 2°C entro i prossimi 20 anni porterebbe ad effetti estremi e contraddittori, come siccità ed alluvioni, sempre più frequenti, rendendo sempre meno produttiva l’agricoltura, che, a sua volta, utilizzando sempre più energia fossile per contrastare le avversità (pesticidi, fertilizzanti, irrigazione, ecc.) e favorendo allevamenti intensivi ad alta emissione di CO2 e di metano, contribuirebbe in maniera sempre maggiore, in una spirale perversa, a favorire l’effetto serra.
    Di fronte a questi limiti dell’agricoltura, le multinazionali agro-chimico-sementiere, che avevano imposto la rivoluzione verde, hanno proposto l’agricoltura transgenica, che impiega gli OGM, ma tale metodo di trasformazione delle piante non è esente da rischi per l’ambiente e la salute. Anche l’agricoltura transgenica dipende dal petrolio e impiega massicciamente pesticidi: oltre l’80% delle piante transgeniche sono rese resistenti ad un diserbante (il più comune è il Roundup della Monsanto, che contiene glifosate, sospetto cancerogeno). Inoltre le multinazionali si stanno appropriando, grazie alle loro tecnologie e alle norme sui brevetti transgenici, del patrimonio genetico di molte piante.
    Per superare questa situazione occorre un’agricoltura totalmente nuova, a minor input di energia e di materia, che ripristini una logica circolare inserendosi armoniosamente nei cicli biogeochimici naturali. Ma, di fronte ai cambiamenti climatici, occorre anche immaginare nuove sementi adatte alle nuove condizioni ambientali, sementi ottenute grazie al recupero delle varietà storiche, come punto di partenza per nuovi incroci, fatti non dalle multinazionali delle sementi, ma dagli stessi agricoltori (selezione partecipata).

    Verso una nuova economia agroecologica

    Una nuova economia agricola, ecologica, può assicurare un reddito dignitoso, un lavoro soddisfacente, la sperimentazione di nuove forme di convivenza sociale e un rapporto consapevole con l’ambiente di vita. Si tratta di una trasformazione legata sia ai prodotti che ai produttori del territorio e dimensionata ad essi, a servizio degli agricoltori e dei cittadini e volta a limitare gli sprechi materiali ed energetici.
    Un altro mondo è ancora possibile e dobbiamo praticare l’obiettivo in concreto.
    Dobbiamo sperimentare forme di unificazione di produzione e consumo realizzando compiutamente la coproduzione ed un’alleanza strutturata tra piccola agricoltura contadina e consumatori consapevoli (le CSA – comunità di supporto all’agricoltura – costituiscono una strada da perseguire praticata a livello internazionale).
    Dobbiamo altresì sperimentare forme avanzate di autoproduzione. Dobbiamo alludere in concreto a nuovi rapporti sociali.
    Continuiamo la lotta per riprendere definitivamente il controllo del nostro cibo e sconfiggere l’impunità delle società transnazionali. Solleviamo la bandiera della sovranità alimentare e l’urgenza della riforma agraria popolare basata su una produzione agroecologica per garantire un cibo sano e dignitoso per le persone, con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento e la convergenza delle lotte nel quadro della sovranità alimentare come base per il cambiamento.

    Proseguiamo il lavoro e la lotta

    Non rincorriamo gli eventi che ci impone il sistema, costruiamo i nostri.
    La forza della Rete che ha costruito questo Forum alternativa è stata quella di cogliere il pretesto del G7 agricolo ufficiale per costruire un percorso tutto dal basso, di rete, di movimento, di confederalità di pratiche che hanno gettato le basi di una progettualità futura alla due giorni, sia per il territorio di Bergamo, sia per un nuovo processo che da qui può nascere a Bergamo e in Italia, in solidarietà con i movimenti sociali e contadini europei e globali. In questi mesi verso Bergamo hanno lavorato insieme realtà molto diverse tra loro, che hanno però trovato, a partire dalla critica all’agrobusiness, un percorso comune che ha toccato tutti i punti dell’alternativa al sistema neoliberista.
    Tutta la nostra riflessione ha fatto capo al concetto di sovranità alimentare, da qui l’idea che centrale sia l’autodeterminazione dei popoli, il diritto a scegliere le proprie politiche agricole e da lì abbiamo declinato sul diritto in generale di tutti i popoli alla vita contro la politica della morte.
    Abbiamo incrociato i movimenti contadini, abbiamo incrociato le buon pratiche virtuose in atto, dai gas, alle reti solidali per la difesa di un’agricoltura a presidio del territorio, i gap, le comunità di supporto all’agricoltura che mettono in discussione il mercato a partire dall’agricoltura contadina orientandosi al cambiamento sociale, abbiamo incrociato le campagne che lavorano per fermare gli strumenti politici delle liberalizzazioni commerciali creando lo spazio politico per le alternative quali le pratiche di autoproduzione e le pratiche di autorganizzazione popolare legate alla questione del cibo, come le cucine mutualistiche o gli orti sociali. Abbiamo cercato di rendere evidente come il tema del cibo buono e pulito si intersecasse con il tema della crisi economica e quindi della difficoltà dell’accesso al cibo e quindi ancora una volta la necessità di unire le pratiche, orientarle al cambiamento sociale e abbiamo individuato che in queste stesse pratiche è in nuce l’alternativa al sistema.
    Questo è stato il filo conduttore di questa due giorni; non siamo sussumibili perché le pratiche che mettiamo in atto non sono complementari al sistema: sono varchi che abbiamo aperto che dimostrano che l’alternativa è praticabile.
    Abbiamo incontrato il grande tema della difesa del nostro territorio italiano, abbiamo incontrato le bsa (brigate di solidarietà attiva) che con sforzo di generosità e solidarietà sono intervenute nelle zone terremotate, ma che non si sono limitate all’emergenza, si sono fatte promotrici di un idea generale di tutela del territorio e di salvaguardia di questo bene comune senza il quale non ci può essere il diritto del popolo a decidere…. e con le bsa i no tav, i no tap, i no gasaran, no parking fara…che strenuamente si battono per denunciare gli scempi del territorio.
    Abbiamo quindi parlato di partecipazione democratica alle scelte e della necessità di condurre una battaglia accesa contro la finanziarizzazione e alla mercificazione e al ripensare alla gestione collettiva e partecipata di questi beni, in primis il cibo e la terra.
    Crediamo che la Rete abbia anche il merito di aver intrapreso un percorso su più livelli, da quello politico a quello culturale e sociale; interessante è l’analisi uscita in questi mesi di un’alleanza indispensabile tra il mondo contadino sotto ricatto delle briciole dei finanziamenti europei e il mondo di noi cittadini consumatori, che abbiamo in mano la rivoluzionaria arma di scegliere cosa mangiare, un incontro che può essere rivoluzionario a partire dallo scardinare i meccanismi economici fino ad un’alternativa di relazioni umane diverse.
    Vogliamo ricostruire una società da una politica che riparte dai bisogni negati, il cibo, la salute, la terra, la casa e il lavoro, la dignità del lavoro.
    Viviamo una fase di resistenza, ma una prospettiva di speranza sta rinascendo e l’obbiettivo che vogliamo condividere dopo Bergamo, è costruire con generosità, umiltà, sacrificio, militanza, una elaborazione politica alternativa che riconosca e connetta le pratiche e gli obiettivi specifici di ciascun soggetto in campo e di quelli nuovi che si affacceranno in percorsi comuni che, senza mettere in discussione le specificità, condividano strategie e interventi e si diano ambiti e momenti di confronto comuni che alimentino progettualità concrete.
    Assumendo lo slogan dei movimenti agricoli de La via campesina, dopo Bergamo, globalizziamo la lotta, globalizziamo la speranza.

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  • E’ in discussione alla Camera lo “Schema di decreto ministeriale recante approvazione del piano di ricerca straordinario per lo sviluppo di un sistema informatico integrato di trasferimento tecnologico, analisi e monitoraggio delle produzioni agricole attraverso strumenti di sensoristica, diagnostica, meccanica di precisione, biotecnologie e bioinformatica, predisposto dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA)” (http://documenti.camera.it/apps/nuovosito/attigoverno/Schedalavori/getTesto.ashx file=0427.pdf&leg=XVII#pagemode=none) per un finanziamento del valore di 21 milioni di euro.

    Il decreto, al di la della miscellanea di strumenti di vario tipo concepiti come necessari alla modernizzazione della nostra agricoltura, contiene di fatto una serie di decisioni politiche destinate ad avere un forte impatto normativo poiché stabilisce che i prodotti che risultano dall’applicazione delle cosiddette nuove tecniche di creazione varietale (NBT), in particolare da Cisgenesi e genoma editing, non siano considerati OGM.

    In un precedente nostro comunicato avevamo già segnalato come la Corte di Giustizia Europea (CGE) – investita dal Consiglio di Stato francese – avesse in corso un proprio giudizio sulla natura di questi prodotti i cui risultati non si conosceranno prima della fine del prossimo settembre, e decidere se gli organismi ottenuti per mutagenesi siano soggetti alle attuali leggi relative agli OGM.

    Ancora in data 3 luglio ultimo scorso , rispondendo ad una richiesta del PE (cfr: Union européenne : Parlement européen REPONSE question P-003628-17. – http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do? type=WQ&reference=P-2017-003628&format=XML&language=FR: – http://www.europarl.europa.eu/sides/getAllAnswers.do?reference=P-2017-003628&language=FR ) relativa al non rispetto del Protocollo di Carthagena dei “prodotti ottenuti dalle nuove tecniche di selezione”, M. Andriukaitis a nome della Commissione afferma “Malgrado anni di dibattiti e lavori di esperti, nessuna decisione non e’ stata ancora presa relativamente al quadro giuridico applicabile alle “nuove tecniche di selezione”nell’Unione Europea. Non esiste nessuna misura specifica di valutazione, di biosicurezza, di tracciabilità o di etichettatura ai prodotti ottenuti con questi procedimenti” (fine citazione)

    Evidentemente il Governo italiano ed il CREA ritengono di aver affrontato e risolto tutti gli elementi appena segnalati, decretando che tali prodotti debbono essere considerati come “analoghi” ai prodotti ottenuti con procedimenti di creazione varietale convenzionali (pag 6/110 della bozza di decreto appena citato) e quindi esentati dal rispetto delle normative relative ai prodotti dell’ingegneria genetica ingenerando il sospetto di saltare il quadro giuridico europeo, oltre che quello specifico nazionale – che vieta la coltivazione degli OGM e la loro sperimentazione in pieno campo – che tra l’ altro non viene neanche richiamato nella bozza del decreto, procedendo per atti compiuti. Stesso tentativo fatto in Germania dove, pero’, attraverso un ricorso amministrativo e’ stata contestata la decisione presa dall’Ufficio Federale per la Difesa dei Consumatori (BVL = autorità competente in Germania) che aveva dichiarato all’ impresa Cibus che la colza modificata attraverso “…tecniche RTDS, dette tecniche di motagensi diretta da oligonucleotidi…” (tradotto dal tedesco) “…non era una pianta modificata geneticamente….” e che quindi non ricadeva sotto le normative relative all’ingegneria genetica. La causa in corso presso il tribunale amministrativo di Braunschweig dal 2016, ha ottenuto una sospensiva che ha bloccato la sperimentazione in pieno campo della colza modificata, in attesa di una decisione della Corte di Giustizia Europea.

    Deve perciò destare assoluta preoccupazione che, con un finanziamento pubblico importante, si avvii un’ attività di sperimentazione e successiva diffusione di prodotti modificati che riguardano le più importanti specie coltivate in Italia, con il rischio che la loro eventuale brevettazione, oltre tutto, ne accresca i costi di produzione. D’altra parte e’ facile immaginare quale sarebbe l‘impatto economico se, ad esempio, la varietà di uva da tavola “ Italia” (pg 46/110) coltivata fosse riconosciuta come “OGM” o se l’ introduzione del “magic gene” in varietà di grano duro prodotte nel nostro territorio le facesse catalogare come “OGM” (pg 40/110).

    ARI, membro del Coordinamento Europeo Via Campesina, si aspetta dal Parlamento un atto di responsabilità chiedendo al governo di ritirare il decreto, almeno nelle parti che riguardano le “NBT”, di affrontare un piano di ricerca che valorizzi le nostre specificità produttive salvaguardandone la qualità e favorendo una transizione verso modelli d’agricoltura ecologicamente sostenibili, con un vantaggio effettivo per gli agricoltori italiani, evitando di distruggere quanto e’ stato ottenuto in termini di mercato nazionale ed internazionale proprio dall’agricoltura italiana che può fregiarsi del “GMO free”.

    Il presidente Fabrizio Garbarino

    Colà di Lazise (VR) 17 07 2017

    Per contatti info@assorurale.it Corte Palù della

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  • “Noi nutriamo i nostri popoli e costruiamo il movimento per cambiare il mondo!” Il movimento internazionale contadino si dà appuntamento per la sua VII Conferenza

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    *** Comunicato Stampa (Harare, 24 maggio 2017)

    “Noi nutriamo i nostri popoli e costruiamo il movimento per cambiare il mondo!”.

    Questo è il grido che lanceranno centinaia di delegati de La Via Campesina, il movimento internazionale contadino, nei Paesi Baschi dal 16 al 24 luglio prossimo per celebrare la loro VII Conferenza. La Conferenza internazionale de La Via Campesina (LVC), che ha luogo ogni quattro anni, è la più elevata autorità decisionale. Riunisce rappresentanti delle sue organizzazioni membri: contadini, piccoli e medi produttori, persone senza terra, popoli indigeni, migranti e lavoratori agricoli del mondo intero.

    Rappresentando collettivamente più di 200 milioni di persone, i delegati decideranno delle strategie comuni e organizzeranno dei dibattiti interni per il movimento internazionale in piena crescita. Nel corso di una settimana a Derio, Paesi Baschi, i partecipanti affronteranno tanto le esperienze locali che i processi internazionali come la dichiarazione dei diritti dei contadini e degli altri lavoratori nelle zone rurali o i negoziati per uno strumento internazionale giuridicamente vincolante contro gli abusi da parte delle multinazionali all’interno del Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU. Anche le diverse regioni de LVC presenteranno le loro lotte, come quella della regione europea presso le istituzioni dell’Unione Europea per una nuova Politica Agricola Comune e una riforma per combattere la concentrazione delle terre; quella dell’Africa per la sovranità sulle proprie sementi; quella dell’America Latina per una riforma agraria popolare e contro gli interessi delle multinazionali; quella delle regioni asiatiche contro gli accordi di libero scambio (ALE), gli OGM e la sfida che alcuni paesi devono affrontare in rapporto all’innalzamento del livello dei mari a causa del cambiamento climatico. Particolare attenzione sarà accordata ad argomenti quali: l’impatto degli ALE sulla Sovranità Alimentare, la stretta dell’industria e la brevettazione delle sementi, la criminalizzazione del movimento e l’assassinio dei suoi dirigenti, le soluzioni proposte dai contadini ai cambiamenti climatici e l’agroecologia come pratica della sovranità alimentare nei nostri territori. Ci saranno eventi aperti al pubblico, specialmente il 19 luglio a Derio (per l’apertura della Conferenza) e il 23 luglio con una marcia da Derio a Plaza Nueva di Bilbao, dove avrà luogo un evento politico pubblico. In un momento in cui, da una parte, la questione della provenienza e della qualità degli alimenti riprende importanza presso l’opinione pubblica, ma in cui, dall’altra parte, si intensificano gli abusi su scala mondiale contro le comunità contadine, le conclusioni di questa conferenza promettono di costituire un progresso significativo nella lotta per la sovranità alimentare.

    Esse rinforzeranno il lavoro realizzato nelle comunità rurali nel mondo. Per maggiori informazioni sulla VII Conferenza de La Via Campesina, aprire questo link (inglese).

    Contatti:

     Alazne Intxauspe: +34 667576740 | alaznentzat@gmail.com (ES, EUK)

     Viviana Rojas Flores: +34 6616 41838 | +593 9952 13177 |viviana.rojas@viacampesina.org (ES, PT)

     Andres Arce: +34 6616 41528 | +32 4895 52297 | andres@eurovia.org (EN, FR, ES)

    *** Nel corso degli ultimo 24 anni, La Via Campesina ha tenuto 6 conferenze internazionali. La prima in Belgio nel 1993, una seconda in Messico nel 1996, una terza in India nel 2000, una quarta in Brasile nel 2004, una quinta in Mozambico nel 2008 e una sesta in Indonesia nel 2013. Tutte queste conferenze hanno contribuito a far avanzare il movimento e hanno permesso di creare unità intorno a un progetto di solidarietà tra contadini del nord e del sud, di tutti i continenti. L’obiettivo è di rinforzare il movimento contadino su scala mondiale nella ricerca della giustizia e la dignità nel mondo rurale.

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  • COMUNICATO STAMPA Roma, 23 maggio 2017

    Il Futuro della biodiversità è al sicuro solo nelle mani dei contadini

    Pochi giorni fa il permafrost che avvolgeva il caveau che contiene la più grande collezione di sementi per l’alimentazione globale, si è sciolto provocando il movimento di una grande quantità di acqua.

    Fortunatamente, l’acqua si è ghiacciata prima di raggiungere la stanza in cui sono conservate le sementi, evitando il disastro.

    Il caveau si trova nelle Isole Svalbard in Norvegia, in cui l’organizzazione internazionale Crop Trust – finanziata dalle più grandi aziende produttrici di sementi come Bayer e Syngenta2 – e il Governo Norvegese hanno scavato dentro il permafrost e ha collocato una camera blindata per tenere al sicuro le sementi. Nonostante questo ergersi come eroi moderni per la salvezza delle generazioni future, lo scioglimento dei ghiacciai dovuto al cambiamento climatico non perdona nessuno, nemmeno le
    tecnologie più avanzate.

    Un’apocalisse sfiorata che mostra la fragilità dell’attuale sistema di conservazione della biodiversità agricola. La realtà afferma che il posto più sicuro è nelle mani dei contadini: ancora oggi più del 70% del cibo prodotto a livello globale arriva proprio dall’agricoltura contadina, grazie alla biodiversità che essi hanno adattato ai diversi ambienti naturali nel corso della storia. Roberto Schellino, contadino membro di ARI, commenta che “mantenere la varietà delle sementi nelle mani dei contadini è il modo più sicuro per conservare la biodiversità agricola. Per raggiungere questo scopo è necessario assicurare il riconoscimento dei diritti collettivi contadini, come garanzia a sostegno delle pratiche in difesa della biodiversità agricola.

    Per questo motivo Centro Internazionale Crocevia e l’Associazione Rurale Italiana, restano convinti che questo sia l’unico modo per conservare la varietà della nostra alimentazione e la sostenibilità dell’agricoltura per le nostre e future generazioni.

    Per info e contatti:
    Roberto Schellino (ARI): salerin@libero.it
    Stefano Mori (Crocevia): s.mori@croceviaterra.it

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  • logo evc

    “Questo processo ha reso il nostro movimento più forte che mai. Dopo 16 anni di impegno e dedizione, nel mondo intero, la speranza delle nostre comunità per questa Dichiarazione continua a crescere, attendendo che le nostre richieste vengano riconosciute nelle negoziazioni intergovernative.” Henry Saragih (La Via Campesina), alla chiusura del gruppo di lavoro.

    Tutta la scorsa settimana, circa 70 delegati provenienti da tutti i continenti de La Via Campesina, pescatori, allevatori, lavoratori rurali, popoli autoctoni, insieme ad altri movimenti sociali e organizzazioni non governative, hanno partecipato alle discussioni con alcuni rappresentanti degli Stati e delle Nazioni Unite nelle negoziazioni sulla Dichiarazione sui diritti dei contadini e degli altri lavoratori rurali. Le raccomandazioni e conclusioni presentate dal Presidente dell’Assemblea, la signora Nardi Suxo, Ambasciatrice di Bolivia, alla conclusione della 4° sessione del Gruppo Intergovernativo a composizione aperta, ha messo l’accento sull’avanzamento delle negoziazioni e sulla necessità di finalizzare il progetto in una prossima 5° sessione di questo Gruppo di lavoro intergovernativo a composizione aperta.
    ****
    La Via Campesina con FIAN e CETIM (Centro Europa – Terzo Mondo) e altri solidi alleati hanno approfondito l’impegno tra governi, le organizzazioni e le diverse agenzie dell’ONU per la protezione e la promozione dei diritti dei contadini e dei lavoratori rurali. Con queste ultime negoziazioni, La Via Campesina ha rinforzato la sua determinazione a vedere questa dichiarazione adottata prima possibile. Il mondo ha bisogno di questa Dichiarazione, per mettere fine alla povertà e alla fame, per rendere la terra sicura dal punto di vista ambientale per le prossime generazioni e per un sistema alimentare equo.

    Non dimentichiamo la crisi alimentare del 2007-2008, quando gli Stati partecipanti al meccanismo dell’ONU hanno promesso di non ripetere l’errore di abbandonare le loro responsabilità alle grandi entità commerciali. Infatti, è stabilito nello studio finale presentato dal Comitato consultivo del Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite (A/HRC/19/75) che gli Stati dovrebbero riconoscere i diritti dei contadini e
    degli altri lavoratori rurali rivolgendosi direttamente a coloro che mettono i mezzi agroecologici, equi e sostenibili di sussistenza. La Dichiarazione delle Nazioni Unite proposta sui diritti dei contadini e degli altri lavoratori rurali, discussa in questa quarta sessione del Gruppo Intergovernativo a composizione aperta, è il frutto degli sforzi compiuti da molti anni da parte de La Via Campesina, FIAN e CETIM con gli Stati membri e altre Organizzazioni della Società Civile. Affermare il diritto dei contadini e degli altri lavoratori nelle zone rurali in questa Dichiarazione costituisce un impegno a lottare contro la discriminazione nei confronti dei contadini e delle popolazioni rurali. Per quel che concerne gli SDG*, questo riconoscimento costituisce un elemento fondamentale per mettere fine alla fame e alla povertà e per sviluppare una vita rurale più equa per il bene di tutti.
    Mentre alcuni Stati si oppongono all’istituzione di nuovi diritti in questa dichiarazione, gli articoli chiave del testo sono ben compresi e fortemente difesi dai titolari di questi stessi diritti come fondamentali per la promozione e la protezione dei loro diritti.

    Abbiamo urgente bisogno di una Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e degli altri lavoratori rurali. Non c’è giustificazione per rimandare questo importante appuntamento con il riconoscimento dei diritti, il recupero degli obblighi degli Stati e di una vita equa come di norme internazionali fondamentali. Il Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU deve prendersi la responsabilità di adottare il testo alla prossima sessione del Consiglio.
    Nel frattempo, La Via Campesina intensifica i dialoghi con i membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite così come con le istituzioni internazionali dei diritti dell’uomo nei diversi Stati.
    Abbiamo bisogno della Dichiarazione dei diritti dei contadina ora!
    Portavoce su questo argomento:
     Henry Saragih (Coordinamento Internazionale La Via Campesina): hsaragih@spi.or.id
     Geneviève Savigny (Coordinamento Europeo Via Campesina): genevieve.savigny@wanadoo.fr
     Sandra Moreno Cadena (Sindacato Andaluso delle Lavoratrici e Lavoratori della Terra):
    smorena@gmx.net
     Ikhwan Mohamed (Personale di sostegno ai processi della Dichiarazione dei diritti dei contadini per
    La Via Campesina): m.ikhwan@spi.or.id
    ****
    *Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals)
    **I membri de La Via Campesina di ogni parte del mondo hanno fatto parte del gruppo di lavoro dell’ONU per negoziare una Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e degli altri lavoratori rurali. La Via Campesina ha difeso gli articoli chiave nelle dichiarazione. Tra le altre cose, gli articoli vertono sugli obblighi generali dello Stato sul diritto alla terra, il diritto alla semina, il diritto alla sovranità alimentare, i diritti delle donne rurali, il diritto alla diversità biologica, il diritto a un reddito dignitoso e ai mezzi di produzione, l’accesso alla giustizia, il diritto alle risorse naturali e i diritti delle conoscenze tradizionali. La Via Campesina ha avanzato degli articoli chiave con più interventi dei suoi membri riguardo il modo con cui questo testo contribuirebbe e dovrebbe essere applicato nello sviluppo dei diritti dei contadini e degli altri lavoratori nelle zone rurali.

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  • Nuovi OGM: ECVC denuncia le bugie diffuse dalle industrie sementiere

    Bruxelles, 29 marzo 2017

    Mozione adottata dall’Assemblea Generale del Coordinamento Europeo de La Via Campesina (ECVC), riunitasi a Roma il 23 e 24 marzo.

    Le industrie sementiere stanno cercando di diffondere notizie positive sui cosiddetti “nuovi OGM”. I loro obbiettivi principali sono due:

    • Rendere indisponibili tutte le informazioni riguardo la presenza di OGM ai contadini e ai consumatori, in modo da obbligarli a coltivarli, crescerli e mangiarli contro la loro volontà.
    • Legalizzare la biopirateria attraverso il brevetto di questi OGM nascosti, i quali potrebbero coprire anche le varietà di animali e sementi selezionati dai contadini tradizionalmente.

    L’industria sta diffondendo la notizia che questi animali e queste sementi create attraverso le “nuove tecniche di miglioramento varietale”, chiamate New Breeding Techniques (o NBTs), non sono OGM. Loro stanno creando confusione, cercando di intrufolarsi nelle debolezze del regolamento europeo, il quale, all’epoca in cui venne scritto nel 1990, non era capace di considerare tecniche che ancora non esistevano.

    Per raggiungere questo scopo, l’industria si aggrappa all’eccezione che escluderebbe la mutagenesi (una delle nuove tecniche OGM) dall’applicazione del regolamento europeo. Dal 1990, questa eccezione è applicata agli OGM non brevettabili derivanti dalla mutagenesi chimica o dalle radiazioni di piante intere o sementi. Ma in seguito alla ratifica del Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza[1] nel 2003, il regolamento non dovrebbe più essere applicato agli OGM brevettati derivanti da mutagenesi o altre New Breeding Techniques, che siano in vitro, in laboratorio, o su cellule di piante o animali.

    La Commissione Europea ha formato un comitato di esperti che, sotto controversie “scientifiche” incomprensibili, hanno il ruolo di soffocare il dibattito legale sui diritti dei contadini e dei consumatori a rifiutare gli OGM. La Commissione Europea userà le conclusioni di questo comitato per organizzare un dibattito pubblico sui “nuovi” OGM nel 2017.

    Mentre il Protocollo di Cartagena e il Codex Alimentarius dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) definiscono i prodotti che derivano dalle New Breeding Techniques come OGM, la Commissione Europea sta cercando di creare l’illusione di un’approvazione pubblica per superarli.

    L’Assemblea Generale di ECVC, riunitasi a Roma il 23 e il 24 marzo 2017, ha quindi deciso di prendere posizione contro queste bugie delle industrie, e a favore invece della stretta applicazione del regolamento OGM a tutte le piante, gli animali e i micro-organismi prodotti dalle modificazioni genetiche in vitro.

    [1] Il Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza è un protocollo della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), che ha come obiettivo la protezione della biodiversità dai rischi derivanti dal trasferimento, dalla manipolazione e dall’uso degli organismi geneticamente modificati ottenuti dalle moderne tecniche di biotecnologia.

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  • L’Assemblea Nazionale Annuale di ARI Associazione Rurale Italiana, tenutasi il 29 gennaio a Reggio Emilia presso l’azienda agricola Filippini, su invito del suo presidente Fabrizio Garbarino – e con plenaria approvazione – ha deciso di solidarizzare nei confronti di Cédric Herrou, il contadino francese della Val Roja sotto processo per aver ospitato, sostenuto e accompagnato dall’Italia alla Francia, nell’ultimo anno, oltre 300 migranti privi di documenti, trasgredendo alle leggi francesi, ma obbedendo con il suo comportamento a valori più alti: la solidarietà e l’umanità.

    In questa Europa in cui le uniche a cose a viaggiare indisturbate sono le merci e i capitali, le persone stanno subendo delle discriminazioni gigantesche che noi contadini di ARI, membri del Coordinamento Europeo Via Campesina, non possiamo più tollerare.

    Nessuno è illegale e chi aiuta le persone a vivere una vita migliore non deve essere perseguito dalla legge, ma deve essere premiato per il suo apporto umanitario.

    Cosi come i marinai hanno il dovere di salvare le persone disperse in mare, così noi contadini abbiamo il diritto di fare lo stesso sulla terra.

    In questo l’Europa e le sue istituzioni, che possono fregiarsi addirittura di un recente “Nobel per la Pace”, devono imparare dal nostro collega  Cédric Herrou e da tutte le persone che a vario titolo si prendono cura dei più deboli e dei più poveri.

    Con Cédric Herrou e con tutte queste persone, noi contadini e contadine di ARI solidarizziamo profondamente e perciò diciamo:

    Basta” alla criminalizzazione delle migrazioni e dei migranti

    Basta” con la persecuzione delle persone che operano per un’ umanità migliore.

    Colà di Lazise, 01 02 2017

    Contatti: info@assorurale.it + 39 347 156 46 05

    L’assemblée générale annuelle de l’A.R.I. qui à eu lieu Dimanche 29 Janvier à Reggio Emilia auprès de la ferme de la famille Filippini apporte (sur invitation de Fabrizio Garbarino son président et avec l’accord de tous les participants), son soutien à Cédric Herrou, le paysan Français de la Val Roja en procès pour avoir accueilli et accompagné de l’Italie à la France plus de 300 émigrants sans papiers en transgressant les lois Française mais agissant au nom de valeurs bien plus importantes que sont la Solidarité et l’Humanité.

    Dans cette Europe où seul le commerce et le capitale semblent être la priorité, et où les personnes subissent de grosses discriminations, nous paysans de l’A.R.I., membres de la Coordination Européenne Via Campesina, ne pouvons plus accepter cet état des faits.

    Personnes n’est illégal. Qui soutient et aide les personnes à vivre une vie meilleure et digne ne doit pas etre poursuivit par la loi mais au contraire félicité pour son courage et son support humanitaire.

    Autant les marins ont le devoir de sauver des vie en dangé sur la mer, autant les paysans ont le droit de faire la meme chose sur terre.

    Dans ce cas, l’Union Européenne et ses institutions qui sont décorées d’un récent “Nobel pour la Paix”, devraint être en mesure de comprendre et de s’instruire de notre collègue Cédric Herrou et de toute les personnes de la Val Roja qui prennent soin des plus faibles et des plus pauvres.

    Ensemble avec Cédric Herrou et avec toute ces personnes, nous paysans de l’A.R.I. sommes entièrement solidaires et disons :

    STOP à la criminalisation des migrants et de la migration.

    STOP aux persécutions de personnes qui agissent pour une meilleure humanité.

    Colà di Lazise, 01 02 2017

    Contacts: info@assorurale.it + 39 347 156 46 05

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  • BASTA SCHIAVITÙ. TERRA, LAVORO, SALUTE E DIGNITÀ.

    29 GENNAIO 2017, ASSEMBLEA NAZIONALE di ARI Associazione Rurale Italiana

    Il 29 gennaio 2017 si è tenuta l’assemblea nazionale di ARI presso l’azienda agricola Filippini a Reggio Emilia, consolidando così la cooperazione con i Rurali Reggiani, che da anni sono federati all’Associazione Rurale Italiana e svolgono con successo un’importante azione territoriale di costruzione di alternative, sostenendo chi vuole continuare a vivere lavorando con la terra.

    L’Associazione Rurale Italiana ha colto l’occasione per organizzare, nel giorno di sabato 28, un importante momento di dibattito e confronto sulla Politica Agricola Comunitaria (PAC) e sulle sue implicazioni sull’agricoltura contadina in Italia. Importante e originale il contributo fornito dall’organizzazione sindacale – USB – impegnata a costruire convergenze tra braccianti e contadini.

    Come emerso dall’analisi e dal dibattito svoltosi in sala, la PAC in questi anni ha contribuito alla distruzione sistematica dell’agricoltura contadina proprio per aver abdicato all’articolo 33 dell’atto della ratifica dei Trattati di Roma che 60 anni fa l’hanno istituita e che recita:

    1. Le finalità della politica agricola comune sono: a) incrementare la produttività dell’agricoltura, sviluppando il progresso tecnico, assicurando lo sviluppo razionale della produzione agricola come pure un impiego migliore dei fattori di produzione, in particolare della manodopera; b) assicurare così un tenore di vita equo alla popolazione agricola, grazie in particolare al miglioramento del reddito individuale di coloro che lavorano nell’agricoltura; c) stabilizzare i mercati; d) garantire la sicurezza degli approvvigionamenti; e) assicurare prezzi ragionevoli nelle consegne ai consumatori.”

    Proprio per ribadire un impegno forte nella battaglia per un cambio radicale nella PAC e, più in generale, delle politiche della UE, il Coordinamento Europeo Via Campesina (ECVC) ha convocato a Roma la sua Assemblea Generale nella settimana del 21-25 marzo, giorni delle celebrazioni ufficiali per i 60 anni del Trattato di Roma.

    Sarà presente a Roma una folta delegazione di contadini e contadine provenienti da ogni parte dell’Unione Europea, dalla Svizzera e dall’Inghilterra, in modo da poter manifestare insieme a sostegno di una politica europea che metta le persone prima del mercato.

    La PAC, attraverso le sue riforme negoziate con chi rappresenta il libero mercato, l’agrobusiness ed un modello di agricoltura che fa pagare il prezzo delle sue crisi ai contadini, ai braccianti ed ai consumatori, in particolari quelli che, con la povertà in aumento, sempre meno possono permettersi un cibo sano, salutare e di qualità, sta per essere nuovamente ridiscussa tra gli stessi potentati. La PAC non è una questione agricola ma una questione dell’intera società”, ricorda Fabrizio Garbarino, allevatore di capre e presidente di ARI.

    I trattati internazionali di libero scambio come il CETA e il TTIP daranno il colpo di grazia alle aspettative dei cittadini europei che in un recente sondaggio hanno ribadito la volontà che l’Unione Europea sostenga e l’agricoltura contadina1 e di prossimità che possa fornire cibi sani.

    E proprio per poter far valere l’opinione dei cittadini dell’Unione Europea nell’appello chiamato “Europa, marzo 1957-2017. Un cibo sano e di qualità, un lavoro degno, una politica agricola giusta e sostenibile in una Europa dei popoli e della solidarietà. Terra, lavoro, salute e dignità”2,

    abbiamo chiamato a raccolta tutte le realtà sociali italiane del mondo agricolo, ma anche degli altri ambiti sociali, ad aderire perché i politici, i funzionari, gli amministratori e non ultime le associazioni di categoria cambino il loro senso di marcia e smettano di far finanziare l’agricoltura che distrugge, sfrutta le persone e inquina.

    C’è bisogno dell’agricoltura contadina per ridare dignità, reddito, lavoro vero, lavoro sano a chi opera in campagna: siano essi braccianti, salariati e contadini. Per ridare ai cittadini europei alimenti sani a prezzi sostenibili. “Noi vogliamo lavorare per fornire un cibo di qualità a quella parte della popolazione che a causa dei bassi redditi deve far sempre più ricorso cibo spazzatura. Non ci interessa produrre per una piccola élite che ha soldi da spendere per procurarsi le eccellenze italiane”, afferma con forza durante il suo intervento una giovane coppia che lavora e lotta duramente per avviare la sua piccola azienda agricola.

    Vogliamo uscire dalla schiavitù della politica al servizio delle lobby agroindustriali che affamano i piccoli produttori in Europa, e altrove, sfruttano i lavoratori e inquinano; dalla schiavitù che ci impone la burocrazia pubblica e privata che allontana i cittadini e i produttori dalla possibilità di poter prendere le decisioni sulla loro salute e sul destino dei soldi pubblici; dalla schiavitù imposta da una classe dirigente incapace di fermare la corsa autodistruttiva dell’agricoltura e della società Europa.

    Per questo, questa Assemblea di uomini e donne liberi, di contadini e contadine che lottano e resistono per la sopravvivenza dell’agricoltura contadina e per la disponibilità di cibo sano, nutriente ed accessibile, chiede a tutte le persone che hanno a cuore il destino della agricoltura italiana ed europea, della sovranità alimentare in questo continente e nel mondo di venire con noi a Roma il 25 marzo per dire un forte

    NO all’agricoltura industriale e, al tempo stesso, proporre un forte SÌ per un cambiamento radicale in senso agroecologico dell’agricoltura italiana.

    TERRA, LAVORO, SALUTE E DIGNITÀ

    Colà di Lazise, 01 02 2017

    info@assorurale.it www.assorurale.it + 39 347 156 46 05

    1 Il 91% degli europei ritiene importante sostenere le aziende agricole fragili che si trovano ad affrontare condizioni climatiche, sanitarie o economiche difficili; quasi uno su due (48%) definisce tale principio “molto importante”. (http://europa.eu/rapid/press-release_IP-14-227_it.htm)

    2 http://wordpress.assorurale.it/europa-marzo-1957-2017-un-cibo-sano-e-di-qualita-un-lavoro-degno-una-politica-agricola-giusta-e-sostenibile-in-una-europa-dei-popoli-e-della-solidarieta-terra-lavoro/

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  • ESISTE un numero imprecisato di persone che praticano un’agricoltura di piccola scala, dimensionata sul lavoro contadino e sull’economia familiare, orientata all’autoconsumo e alla vendita diretta; un’agricoltura di basso o nessun impatto ambientale, fondata su una scelta di vita legata a valori di benessere o ecologia o giustizia o solidarietà più che a fini di arricchimento e profitto; un’agricoltura quasi invisibile per i grandi numeri dell’economia, ma irrinunciabile per mantenere fertile e curata la terra (soprattutto in collina, montagna e nelle zone economicamente svantaggiate e marginali), per conservare ricca la diversità di paesaggi, piante e animali, per mantenere vivi i saperi, le tecniche, i prodotti locali e popolate le campagne e la montagna . ”   (2009, premessa della petizione)

    La Campagna per l’agricoltura contadina è promossa da una rete di associazioni e contadini che si arricchisce giorno dopo giorno di nuove adesioni

    Per questa agricoltura; che rischia di scomparire sotto il peso delle documentazioni imposte per lavorare, nonchè di regole tributarie, sanitarie e igieniche gravose, del tutto inadeguate e slegate dal mondo contadino.

    Per ottenere che la realtà contadina sia riconosciuta; e i contadini e le contadine  siano  qualificati per la loro figura sociale inestirpabile dal territorio; affinchè questo bene comune sia ben distinto dalle norme pensate per un’agricoltura imprenditoriale e industriale.

    Per ottenere la rimozione degli impedimenti burocratici e dei pesi fiscali che ostacolano il lavoro dei contadini e minacciano la loro stessa permanenza sulla Madre Terra.http://agricolturacontadina.org/

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  • Dichiarazione di principio

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  • Piattaforma della campagna italiana per la sovranità alimentare

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  • Un momento ideale per sviluppare una coerente Politica Comunitaria in Agricoltura (PAC), nel commercio estero, nell’occupazione, nell’energia e per il cambiamento climatico. (Scritto dalla Piattaforma Europea per la Sovranità Alimentare (PESA)

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  • Agricoltura senza contadini (Antonio Onorati – Crocevia)

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  • Documento di sostegno al movimento NO TAV

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  • Agricoltura contadina vs agricoltura mineraria o industriale

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  • Agricoltura contadina e migrazioni

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  • Linee Guida per una legge quadro sulle agricolture Contadine

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Piemonte
  • E’ con immenso piacere che ti annunciamo che anche quest’estate il gruppo Piemontese di ARI sta organizzando, con le realtà contadine associate e simpatizzanti, LE FESTE CONTADINE.

    Le Feste Contadine sono momenti di festa e di riflessione che hanno come obiettivi di:
    • avvicinare in maniera conviviale le persone al mondo dell’agricoltura contadina;
    • affrontare alcuni temi di grande rilievo ed attualità con lo stile del dialogo e della ricerca condivisa;
    • far conoscere le realtà agricole che aderiscono alle idee di ARI, il loro modo specifico di pensare e praticare l’agricoltura e il loro prodotti.
    In ogni luogo sarà possibile:
    • visitare l’azienda stessa accompagnati da chi vi opera;
    • trovare un punto informativo su ARI e sulle nostre campagne/iniziative con particolare attenzione alla CAMPAGNA POPOLARE PER LE AGRICOLTURE CONTADINE;
    Nella gestione dei tempi e dei modi dello stare insieme si è scelto lo stile familiare. Le iniziative sono inoltre completamente autofinaziate, per cui ai partecipanti potrà essere chiesto un contributo minimo per coprire i costi sostenuti dalle associazioni e dalle aziende ospitanti oppure di portare qualcosa di pronto per l’allestimento dei pasti (pranzo, merenda o cena).
    Gli appuntamenti già fissati sono:
    Di seguito troverai la locandina della prima festa che sarà @ La Viranda sabato 21 luglio 2018
    Per le altre feste già previste per quelle che si aggiungeranno, ti invitiamo di seguire la pagina FB di ARI.
    Buona visione e sopratutto PARTECIPA E DIFFONDI COPIOSAMENTE!!
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  • Lettera alla commissione agricoltura Regione Piemonte

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  • Resoconto dell’incontro sui cereali

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  • Proposta di legge su agricoltura contadina in Piemonte

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  • Firme alla legge su agricoltura contadina in Piemonte

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  • Costituzione del Coordinamento Contadino Piemontese

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  • Presentazione del Coordinamento Contadino Piemontese

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  • Dichiarazione su costruzione autostrada Predosa-Carcare

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  • Depliant dell’edizione estate 2012 delle Feste Contadine

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